La cultura dei rifiuti in Tunisia

31.03.2026

La cultura dei rifiuti in Tunisia Come spesso accade nei paesi del nord d'Africa, la gestione dei rifiuti è considerata dalle amministrazioni una questione marginale senza importanza. Chiunque abbia viaggiato in queste località porta con se il ricordo di paesaggi e viste straordinarie rovinate, molto spesso, dalla presenza di rifiuti di qualsiasi genere abbandonati qua e la.

La cultura dei rifiuti in Tunisia vive una fase di transizione, segnata da una gestione pubblica talvolta inefficace, affiancata da un ruolo fondamentale dei barbechas (raccoglitori informali). L'importazione illecita di rifiuti, specialmente dall'Italia, ha amplificato il problema con scandali ambientali e proteste.

Quando si parla di Tunisia, pensiamo subito alle sue spiagge incantevoli, alla storia millenaria e alle sue medine straordinariamente affascinanti. Per chi ha intenzione di visitare la Tunisia da viaggiatore deve sapere che c'è un tema ricorrente che farà riflettere: la pulizia, i rifiuti urbani e non sparsi un po' ovunque.

Le strade non sempre curate e pulite con l'accumulo di rifiuti ai lati può essere un problema evidente. Le cause di questa situazione sono molteplici. Si tratta di una combinazione di fattori che si influenzano a vicenda come la mancanza di organizzazione. Questa è una delle sfide più grandi a causa dell'assenza di una gestione efficace dei rifiuti. I piani di raccolta spesso non sono chiari e, di conseguenza, i cassonetti traboccano e l'immondizia si disperde. Sarebbe necessario un cambiamento radicale, con una pianificazione precisa per la raccolta e orari e e percorsi ben definiti.

Il senso civico è carente o quasi nullo, questa è la verità senza puntare il dito solo alle varie Amministrazioni comunali: il comportamento individuale ha un peso enorme. La mancanza di un vero e proprio senso civico porta ad abitudini dannose, come gettare rifiuti in strada o dal finestrino, bere birra o vino (l'Islam lo vietà!) lungo le coste, sulle spiagge, in montagna o nei punti più nascosti delle città per non farsi vedere. Queste azioni, sommate alle carenze di gestione, creano un problema enorme. L'educazione e la sensibilizzazione sarebbero un buon punto di partenza e fondamentali per un cambiamento di mentalità.

Purtroppo, non sempre le amministrazioni locali agiscono in modo competente e trasparente. Quando la gestione è inefficiente, i servizi essenziali come la pulizia, la raccolta dei rifiuti, ne risentono direttamente. La mancanza di controlli e una cattiva amministrazione possono portare a uno spreco di risorse destinate all'igiene pubblica, con conseguenze dirette sulla qualità della vita di tutti.

La scarsità di risorse che sfocia nel fattore economico, mancanza di fondi adeguati, rende difficile per investire in attrezzature moderne, per assumere personale sufficiente o lanciare campagne di sensibilizzazione. Mantenere le città pulite richiede risorse che non sempre sono disponibili.

Le amministrazioni devono impegnarsi a cercare nuove strade per i fondi: è necessario trovare nuovi modi per finanziare i servizi di pulizia e manutenzione dei rifiuti.

Solo lavorando insieme, possiamo sperare di vedere le nostre città turistiche brillare come meritano, offrendo un'esperienza indimenticabile a chi le visita e migliorando la qualità della vita di tutti noi che ci abitiamo.

Affrontare il problema della sporcizia, dei rifiuti richiede un approccio integrato. Non basta solo una soluzione, ma un'azione coordinata su più fronti:

-le amministrazioni devono impegnarsi a creare piani di pulizia più efficienti e a rispettarli e far rispettare le regole sui rifiuti quando queste saranno rese pubbliche.

-L'educazione e le campagne di sensibilizzazione per la popolazione possono aiutare a cambiare le abitudini individuali, incoraggiando il rispetto per gli spazi comuni.

-Occorre trasparenza sulla responsabilità delle amministrazioni locali nell'uso delle risorse destinato, in questo caso, alla pulizia e rifiuti.

-Rendere legale, proteggere e tutelare il lavoro indispensabile e massacrante dei barbechas tunisini. Pulire le strade dai rifiuti e dalla spazzatura non è compito solo degli operatori ecologici. In Tunisia ci sono persone che con umiltà e immenso sacrificio si prendono l'onere di ripulire le città, i campi e le spiagge a tutto vantaggio dell'ambiente. Si chiamano barbechas. Si guadagnano da vivere raccogliendo rifiuti di plastica, cartoni, vetro e qualsiasi altro rifiuto trovato per la strada, nei campi e sulle spiagge e vendono il tutto alle industrie del riciclo per pochi dinari al giorno.

Tuttavia, la loro esistenza resta fuori da ogni riconoscimento formale, priva di tutele, e spesso osteggiata dalla stessa società che beneficia del loro lavoro.

Il loro giorno inizia prima dell'alba. Alle quattro del mattino sono già in strada, perché il tempo è tutto: bisogna arrivare prima degli operatori ufficiali, prima che la concorrenza svuoti i cassonetti. Camminano per ore, spingendo carrelli costruiti con materiali di scarto, spesso accompagnati dai figli piccoli.

Raccolgono ciò che può essere rivenduto: bottiglie in PET, lattine, cartoni, cavi elettrici, rottami metallici. Il tutto viene poi consegnato nei centri di raccolta informali, dove il compenso è calcolato al chilo. La plastica è tra i materiali più comuni, ma rende pochissimo: meno di venti centesimi di euro al chilo.

Il guadagno giornaliero è incerto, legato alla quantità e alla qualità del materiale trovato. Nella migliore delle ipotesi può arrivare a garantire un pasto caldo e qualche dinaro per pagare affitto e bollette. Ma più spesso si resta sotto la soglia di sussistenza.

A praticare questo lavoro non sono solo disoccupati di lungo corso o senzatetto: la crisi economica ha allargato la platea dei barbechas anche a operai in cassa integrazione, pensionati, donne delle pulizie che non riescono più a sopravvivere con un solo impiego. È un mestiere di frontiera, al tempo stesso residuale e strutturale.

Il rischio fa parte della routine. I barbechas si muovono senza guanti, senza mascherine, senza alcun tipo di protezione. Frugano tra rifiuti che possono contenere vetri rotti, siringhe usate, materiali contaminati. Le infezioni sono frequenti. Gli infortuni sono comuni.

Ma non esistono coperture sanitarie, né assicurazioni, né diritti riconosciuti. Chi si fa male deve cavarsela da solo. Chi si ammala spesso non si cura. E chi cade in difficoltà è sostituibile: il bisogno sociale è tale che la fila di chi è disposto a raccogliere spazzatura è sempre più lunga.

Negli ultimi anni il fenomeno ha assunto anche una dimensione politica e sociale più ampia. L'aumento della presenza di migranti subsahariani in Tunisia ha reso ancora più competitivo e teso il settore. Molti di loro, in attesa di poter proseguire il viaggio verso l'Europa, si uniscono alla raccolta dei rifiuti per sopravvivere.

Questo ha generato frizioni con i barbechas tunisini, che li vedono come una concorrenza sleale in un mercato già fragile. In alcuni centri di raccolta, ai migranti viene addirittura rifiutato il conferimento del materiale, in un clima di crescente ostilità alimentato anche dalla retorica governativa sulla minaccia demografica rappresentata dalla presenza africana.

La realtà, però, è che il problema non è solo l'immigrazione. È il contesto socioeconomico a essere collassato. La Tunisia, piegata da anni di stagnazione, instabilità politica e mancanza di investimenti, sta vivendo un aumento costante del costo della vita, una crescita della disoccupazione e un deterioramento delle condizioni minime di sopravvivenza.

In questo scenario, la raccolta dei rifiuti è diventata per molti l'unico modo per restare a galla. Non si tratta più di una scelta marginale, ma di un adattamento forzato alle condizioni sistemiche di povertà diffusa.

Nonostante tutto, qualcosa si muove. In alcune aree di Tunisi sono nate micro-cooperative di barbechas che cercano di auto-organizzarsi. Alcune organizzazioni non governative provano a fornire guanti, stivali, corsi di formazione. Ci sono progetti pilota per la creazione di centri di raccolta solidali, con pesatura trasparente, pagamenti equi e spazi di riposo.

Sono iniziative ancora isolate, ma dimostrano che un altro modello è possibile. Un modello che riconosca dignità a chi lavora, che lo tolga dall'illegalità e dalla precarietà estrema, e che valorizzi la funzione ambientale e sociale svolta da questa categoria invisibile.

I barbechas non sono una piaga da eliminare, ma una realtà da comprendere. Sono il sintomo evidente di una crisi profonda, ma anche la prova che la società tunisina, nella sua marginalità, è ancora capace di produrre forme di resilienza e di adattamento.

Renderli visibili, ascoltarli, costruire per loro diritti minimi e prospettive di emancipazione dovrebbe essere una priorità. Perché nessuna città può dirsi moderna e giusta se si regge sulle spalle di chi è costretto a rovistare tra i rifiuti per vivere (https://diogenenotizie.com/tunisia-i-barbechas-e-le-vite-invisibili-tra-rifiuti-e-miseria/).

Per concludere

La sinergia tra popolazione e amministrazioni locali sarebbe indispensabile per sperare di vedere le città tunisine brillare come meritano, offrendo un'esperienza indimenticabile a chi le visita e migliorando la qualità della vita di tutti i tunisini e dei visitatori.

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